Italia – Credo che molti abbiano visto la foto scattata a Torino al treno che trasportava i vecchi blindati italiani con destinazione Ucraina. Intendiamoci, non si tratta, come ovviamente i giornali di regime hanno scritto, di carri armati, bensì di blindati per trasporto truppe da tempo dismessi dall’esercito, insomma ferrivecchi che possono solo servire al massacro di un buon numero di ucraini. E tuttavia questa immagine è l’allegoria stessa del Paese che vede andare via la sua industria, la sua cultura, la sua sovranità. Come sappiamo, ormai la produzione di automobili è ridotta al lumicino, i modelli sono praticamente tutti di derivazione Peugeot, l’Alfa Romeo è diventata la caricatura di se stessa, la Maserati è praticamente fallita e persino la Ferrari non sta bene in salute e comincia ad essere una società per azioni in vendita tanto per fare cassa. Per terminare l’opera l’Iveco è stata venduta all’indiana Tata assieme al 2000 multijet, un ottimo propulsore e di fatto uno dei pochi superstiti di una grande scuola motoristica. Possiamo immaginare le conseguenze sull’indotto, sull’occupazione e sui salari, ma questo era già scritto quando alla dinastia industriale degli Agnelli si è sostituita quella finanziaria degli Elkann
Non ci si può stupire se il reddito reale (ovvero al netto dell’inflazione) delle famiglie italiane è diminuito del 4 per cento a partire dal 2008, un dato Eurostat da fare tremare le vene e i polsi e che ci appaia alla Grecia. Benché il resto dell’Europa sia un totale disastro, il complesso dei Paesi euro ha visto una crescita dei redditi del 9 per cento a partire dall’anno della crisi dei subprime. Certo anche questo è un dato estremamente negativo, visto che l’inflazione misurata dai centri statistici è sempre scientemente inferiore a quella reale e inoltre il costo della vita è maggiore rispetto all’inflazione nominale. L’aumento vorticoso dei prodotti inclusi nel panieri degli istituti che si occupano di econometria, fa sì che non vengano registrati a dovere gli aumenti nei settori fondamentali ovvero casa, alimentazione, trasporti, sanità, ovvero nei settori che contano. Chiaro che il Pil è in diminuzione nonostante i salti mortali dell’Istat e viene ormai sostenuto artificialmente attraverso operazioni di piccolo cabotaggio, peraltro onerosi per l’erario e fonte di incertezze burocratiche, a partire dal superbonus del 110 per cento di Conte per arrivare ai più modesti bonus del 50 per cento sulle ristrutturazioni.
Tanti piccoli lavori che hanno tenuto in piedi la baracca, dal punto di vista dell’economia meramente nominale, dunque Pil e occupazione, ma senza alcuna strategia, né via per il futuro. Il resto sono prestiti, come quello del Pnrr che dovranno poi essere ripagati con lacrime e sangue. Il punto di svolta è stato il governo Monti, imposto al Paese dal sinedrio della finanza internazionale, che ha fatto scendere il reddito reale del 20 per cento, mentre la pandemia ha stroncato qualunque ripresa. Il governo Meloni – e se è per questo anche quelli precedenti – si vantano di assurde statistiche sull’aumento dell’occupazione, del tutto prive di senso visto che si considera occupato chi in due settimane ha svolto appena un’ora di lavoro retribuito. Tutto è sostenuto da un’assoluta precarietà che poi si riflette su un altro record italiano, ovvero il 10 per cento abbondante di persone che sono entrate nell’area della povertà pur avendo un lavoro. È il combinato disposto di politiche neoliberiste e ideologia immigrazionista che hanno a tal punto gonfiato gli “eserciti di riserva” da non lasciare scampo. Del resto i governi che si sono susseguiti non hanno alcuna facoltà di scegliere nuove strade e men che meno di avere un progetto di Paese: sono totalmente succubi delle direttive dei vari sinedri decisionali europei, finanziari o di oltre Atlantico e di fatto rassomigliano più a esecutori di volontà altrui, a caporali del padrone che li tiene con guinzagli molto corti. Non è questione di Schlein o di Meloni, di destra o di sinistra, che peraltro sono riferimenti del passato, tenuti in piedi giusto per far scaricare tensioni che altrimenti potrebbero aggredire il sistema in sé, ma è questione di ritornare alla capacità di decidere qualcosa.
Credo anche che molti abbiano visto i video sul crollo della Torre dei Conti, a Roma, vicino ai Fori Imperiali: questo ci dice con quanta superficialità e incompetenza venga gestito il poco lavoro che rimane: la caduta non è soltanto sulla quantità, ma anche sulla qualità. Sempre di più il problema non è di fare melina con le stronzate da salotto televisivo, ma di salvare un Paese che sta affondando come il Titanic, mentre i viaggiatori ignari ascoltano l’orchestrina o mangiano vol au vent, prigionieri di uno scialbo edonismo da quattro soldi, ipnotizzati da un’informazione che nega anche l’ evidenza, che dice sole quando piove e che polemizza sul nulla spandendo dappertutto sentori di aria fritta. Il problema è come aprire le finestre e accorgersi che fuori c’è ancora un mondo di cui i più non sanno e non vogliono sapere nulla.