giovedì, Marzo 5

Ginevra fumata nera sull’Ucraina, parole, parole, parole, soltanto parole

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C’è un momento, nella vita delle diplomazie, in cui le parole smettono di descrivere la realtà e iniziano a sostituirla. I negoziati di Ginevra tra Ucraina e Russia appartengono esattamente a questa categoria: un incontro in cui il vocabolario ha lavorato molto più della politica, e dove gli aggettivi hanno fatto il mestiere che avrebbero dovuto fare le decisioni.

“Sostanziali”, “importanti”, “professionali”. Tre parole che, prese da sole, potrebbero significare tutto e il contrario di tutto. E infatti significano proprio questo: un tentativo di non ammettere che, al di là del gesto simbolico di sedersi allo stesso tavolo, non è cambiato nulla.

La diplomazia come teatro

A Ginevra non si è assistito a un negoziato, ma a una rappresentazione. Le delegazioni sono arrivate con copioni già scritti, margini di manovra inesistenti e l’unico obiettivo di non far precipitare ulteriormente un quadro già compromesso. In questo senso, il vertice è stato un successo: nessuno ha sbattuto la porta, nessuno ha alzato la voce, nessuno ha dichiarato la fine del dialogo.

Ma se il metro di giudizio diventa la semplice sopravvivenza del processo negoziale, allora significa che la politica ha già rinunciato alla sua ambizione più alta: cambiare la realtà.

Il paradosso del linguaggio diplomatico

Il linguaggio usato dalle due parti è rivelatore.

Quando si parla di colloqui “professionali”, si sta dicendo che non ci sono stati insulti. Quando si definiscono “sostanziali”, si sta suggerendo che almeno si è parlato di qualcosa. Quando li si chiama “importanti”, si sta chiedendo al mondo di non archiviare l’incontro come un fallimento.

È un lessico che non illumina, ma copre. Non chiarisce, ma attenua. Non apre spiragli, ma evita di chiuderli del tutto.

La diplomazia, in fondo, è anche questo: l’arte di non dire ciò che non si può dire. Ma quando questa arte diventa l’unico contenuto, allora il rischio è che il linguaggio diventi un anestetico collettivo.

Il nodo irrisolto: nessuno può cedere

Il vero problema è che né Kiev né Mosca hanno lo spazio politico per fare concessioni. Ogni passo indietro sarebbe percepito come una resa. E così si resta fermi, ma ci si racconta di essere in movimento. Si parla di “progressi procedurali”, di “clima costruttivo”, di “prossimi incontri”. È la grammatica dell’impasse.

L’Occidente si accontenta del minimo

La comunità internazionale, dal canto suo, sembra ormai aver abbassato l’asticella delle aspettative. Si accontenta che le parti si parlino. Si accontenta che non si insultino. Si accontenta che non si ritirino dal tavolo.

È comprensibile, ma non sufficiente. Perché la pace non nasce dalla semplice continuità del dialogo, ma dalla capacità di trasformarlo in decisioni. E questo, oggi, non si vede.

Un vertice che dice più di quanto sembri

Ginevra non è stata inutile. Ha mostrato, con chiarezza, che il conflitto è entrato in una fase in cui la diplomazia serve più a gestire il tempo che a costruire soluzioni. Ha mostrato che le parole possono tenere in vita un processo, ma non possono sostituire la volontà politica. Ha mostrato che, senza un cambio di scenario, i negoziati rischiano di diventare un rituale vuoto.

E forse è proprio questo il punto: non è la mancanza di risultati a preoccupare, ma la mancanza di un orizzonte.

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