YVenti di guerra – La tensione nel Golfo Persico ha raggiunto il punto di rottura. Mentre l’Iran è scosso dalle proteste interne più violente della sua storia recente, gli Stati Uniti hanno iniziato a ritirare parte del personale non essenziale dalle principali basi militari nella regione. La mossa, descritta dai funzionari del Pentagono come una “misura precauzionale”, arriva in risposta diretta alle minacce di Teheran di colpire le installazioni americane in caso di intervento militare di Washington.
Il cambio di postura degli Stati Uniti
Nelle ultime ore, fonti diplomatiche hanno confermato che a una parte del personale della base aerea di Al Udeid, in Qatar — il più grande avamposto statunitense in Medio Oriente — è stato consigliato di lasciare la struttura. Sebbene Washington non parli ufficialmente di “evacuazione ordinata”, il cambio di assetto suggerisce il timore di un imminente attacco missilistico iraniano, simile a quello avvenuto nel giugno scorso dopo i raid americani contro i siti nucleari della Repubblica Islamica.
Anche il Regno Unito, stretto alleato degli USA, starebbe riducendo la propria presenza nella base qatariota, segnalando un coordinamento tra le forze della coalizione.
L’avvertimento di Teheran: “Colpiremo i vicini”
La reazione iraniana non si è fatta attendere. Un alto funzionario di Teheran ha dichiarato che il governo ha già inviato avvertimenti formali ai paesi vicini — tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia — chiarendo che qualsiasi nazione ospiti basi americane utilizzate per un attacco contro l’Iran diventerà un obiettivo militare legittimo.
“Abbiamo informato i nostri vicini: se il territorio o lo spazio aereo di qualsiasi paese viene utilizzato per colpire l’Iran, le basi americane in quei paesi saranno colpite senza esitazione”, ha riferito la fonte iraniana.
Le minacce di Donald Trump e la crisi interna
A infiammare ulteriormente la situazione sono i messaggi del presidente Donald Trump, che ha ripetutamente dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a intervenire a sostegno dei manifestanti iraniani. Le proteste, scoppiate due settimane fa per le disperate condizioni economiche, si sono trasformate in una rivolta nazionale contro il regime.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il bilancio delle vittime è spaventoso:
- Oltre 2.500 morti accertati negli scontri.
- Più di 18.000 arresti.
- Minacce di esecuzioni di massa accelerate da parte della magistratura iraniana.
Trump ha avvertito che se il regime inizierà a “impiccare i manifestanti”, Washington intraprenderà un’azione “molto forte”. Nelle ultime ore, il presidente ha tuttavia ammorbidito i toni, dichiarando che “le uccisioni sembrano essersi fermate”, in un possibile tentativo di lasciare spazio a una de-escalation dell’ultimo minuto.
Uno scenario di incertezza
Mentre i canali diplomatici diretti tra Washington e Teheran risultano interrotti, l’Europa e l’Italia osservano con estrema preoccupazione. Il Ministro degli Esteri italiano ha rinnovato l’invito ai connazionali a lasciare l’Iran, mentre l’intelligence occidentale avverte che un intervento americano potrebbe scatenare un effetto domino, incendiando l’intero scacchiere mediorientale e colpendo le rotte energetiche mondiali.