Cronaca di un’Europa al suicidio assistito
Mentre il mondo ridisegna i propri confini e i propri equilibri energetici sopra le macerie del vecchio continente, a Strasburgo va in scena la recita finale di un’aristocrazia burocratica ormai fuori dal tempo. L’attacco frontale di Roberto Vannacci a Ursula von der Leyen non è stato solo un momento di tensione parlamentare, ma il grido di chi vede il Re — o meglio, la Regina — tragicamente nudo.
Il nulla vestito di “Preoccupazione”
Il ritratto è impietoso: una Presidente della Commissione ridotta a spettatrice non pagante dei grandi eventi della storia. Mentre Putin e Trump si scambiano le coordinate del nuovo ordine mondiale, l’Europa della von der Leyen resta ferma al palo, prigioniera di una retorica di “ferma condanna” e “profonda preoccupazione” che non sposta di un millimetro gli equilibri del conflitto. È l’eutanasia della diplomazia europea: abbiamo rinunciato a contare per ridurci a fare i guardiani di un castello di carta.
L’arroganza della ZTL di Bruxelles
C’è un abisso morale e materiale tra chi decide le sanzioni e chi ne paga il conto. L’affondo di Vannacci sulla von der Leyen che “non fa il pieno alla sua auto” colpisce al cuore l’arroganza di una classe dirigente che impone sacrifici biblici al popolo mentre vive in una bolla di privilegi e autisti blu.
Il Green Deal, in questo contesto, non è più una politica ambientale: è un dogma fanatico, un cappio al collo di un’economia già moribonda. Imporre la transizione ecologica a un continente che sta deindustrializzando per colpa di costi energetici folli non è lungimiranza, è sadismo economico. Stiamo smantellando le nostre fabbriche e le nostre certezze in nome di un’ideologia “verde” che serve solo a regalare fette di mercato alla Cina e agli Stati Uniti.
Il suicidio in nome dell’export democratico
L’accusa è pesantissima: l’Europa si è lanciata in una crociata ideologica per “esportare la democrazia”, finendo per importare solo miseria, crisi dei fertilizzanti e inflazione galoppante. Abbiamo chiuso i rubinetti del gas russo non per salvarci, ma per obbedire a logiche altrui, mentre i nostri partner (o presunti tali) fanno affari d’oro sulle nostre spalle.
Riaprire i rubinetti di petrolio e gas russo e “buttare a mare” il Green Deal non sono più proposte radicali, ma atti di legittima difesa. L’interesse nazionale ed europeo deve tornare al centro, prima che l’ultimo cittadino spezzi le catene del silenzio


