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L’eterno ritorno del rinvio: perché il “No” alla riforma non è una vittoria per nessuno

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L’eterno ritorno del rinvio: perché il “No” alla riforma non è una vittoria per nessuno

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Il voto ha emesso la sua sentenza: la riforma della giustizia è bloccata. Mentre una parte del Paese esulta per aver “salvato la Costituzione” e l’altra grida al sabotaggio politico, resta un unico, grande sconfitto che non ha voce nei talk show: il cittadino in attesa di giudizio.

La vittoria del “No” non è un semplice inciampo di percorso per il Governo, ma il sintomo di una patologia cronica italiana: l’incapacità di trovare una sintesi tra l’indipendenza necessaria della magistratura e l’urgenza di una macchina che funzioni. Abbiamo scelto, ancora una volta, di tenere tutto com’è pur di non rischiare il cambiamento.

La trappola dello status quo

Dire di no è facile, spesso è persino rassicurante. Ci si barrica dietro la difesa dei principi per evitare di affrontare la complessità della pratica. Ma difendere l’attuale sistema giudiziario in nome della democrazia è un paradosso doloroso: quale democrazia può dirsi compiuta se un processo civile dura un decennio e uno penale rischia di spegnersi nei corridoi della prescrizione?

Il blocco della riforma ci riporta al punto di partenza. Le criticità sollevate dai detrattori erano in parte legittime — il rischio di una deriva punitiva o di un controllo politico sulle procure è un tema serio — ma il risultato finale non è un sistema migliore, è semplicemente lo stesso sistema che tutti, fino a ieri, definivano “al collasso”.

Il costo dell’immobilismo

Non è solo una questione di diritto, è una questione di credibilità.

  • Per l’Europa: Che osserva i nostri ritmi procedurali come un freno alla crescita economica.
  • Per gli investitori: Che temono l’incertezza dei tempi legali più della tassazione.
  • Per la fiducia sociale: Che si sgretola ogni volta che “giustizia ritardata” si traduce in “giustizia negata”.

Oltre lo scontro ideologico

Se vogliamo uscire da questo loop infinito, la politica deve smettere di usare la giustizia come un’arma contundente per regolare i conti tra poteri. La bocciatura di oggi dovrebbe essere l’occasione per un bagno di umiltà da entrambe le parti: per chi ha proposto una riforma percepita come divisiva, e per chi l’ha affossata senza offrire un’alternativa percorribile.

Rimanere fermi non è una strategia di difesa, è una condanna alla mediocrità. Il “No” ha vinto, è vero. Ma finché le aule di tribunale resteranno i luoghi della polvere e dell’attesa infinita, non ci sarà nulla da festeggiare

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