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Rapporti sempre più difficili tra Santa Sede e Usa

Rapporti sempre più difficili tra Santa Sede e Usa

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Alla vigilia della visita di Marco Rubio in Vaticano, i rapporti tra Santa Sede e Stati Uniti sembrano entrati in una zona di turbolenza rara negli ultimi decenni. Non si tratta solo di un disaccordo su dossier specifici – dall’Iran alla migrazione, passando per il ruolo dell’America nel mondo – ma di uno scontro tra due visioni radicalmente diverse del rapporto tra fede, potere e morale pubblica. Un papa americano criticato dal presidente americano: lo scenario ha quasi del paradossale, eppure rivela tensioni profonde.

Donald Trump non ha usato mezze misure. Definire Papa Leone XIV “debole”, “terribile in politica estera” e addirittura accusarlo di mettere “in pericolo i cattolici” non è una semplice bordata elettorale. È un attacco diretto all’autorità morale del Pontefice, che trasforma un dissenso politico in una questione quasi personale. Trump ragiona da leader pragmatico, assertivo, convinto che la forza deterrente e la proiezione di potenza siano l’unico linguaggio compreso dai regimi autoritari e dai nemici dell’Occidente. Il Papa, al contrario, incarna la tradizione evangelica che privilegia la pace, la tutela dei civili, il rifiuto delle armi nucleari e un’attenzione prioritaria ai poveri e agli esclusi. Entrambe le posizioni sono coerenti con i rispettivi ruoli: uno governa uno Stato, l’altro presiede una Chiesa universale.

Il rischio, però, è che questo scambio di accuse avveleni un dialogo che per decenni ha saputo tenere separate le sfere. La Chiesa cattolica non può tacere di fronte a guerre che colpiscono popolazioni civili o a politiche che dimenticano la dignità umana, nemmeno quando a promuoverle è un presidente che ha ricevuto ampio sostegno dal voto cattolico conservatore. Allo stesso modo, un Pontefice – soprattutto il primo americano della storia – non può stupirsi se le sue parole vengono lette attraverso la lente della politica interna statunitense, dove immigrazione, sicurezza e deterrenza nucleare dividono profondamente l’elettorato.

Leone XIV si trova in una posizione delicata. Figlio di Chicago, con un lungo passato missionario in Perù, porta con sé una sensibilità che mescola l’America profonda e l’America Latina. Il suo pontificato, ancora giovane, deve navigare tra la fedeltà al magistero sociale della Chiesa (pace, giustizia, opzione preferenziale per i poveri) e il realismo di un mondo in cui il vuoto di potenza viene rapidamente riempito da attori ostili. Criticare le “dimostrazioni di forza” è legittimo; ignorare le minacce concrete rappresentate da un Iran nucleare o da reti di criminalità transnazionale sarebbe ingenuo.

Marco Rubio, cattolico praticante e segretario di Stato, arriva a Roma con il compito ingrato di “ricucire”. La sua visita era programmata da tempo, ma il contesto l’ha trasformata in una missione di contenimento dei danni. Rubio conosce bene sia il linguaggio vaticano sia quello trumpiano: spetta a lui ricordare che l’alleanza di valori tra Stati Uniti e Santa Sede – sulla libertà religiosa, sulla lotta al traffico di esseri umani, sulla difesa della vita – resta più strategica di qualsiasi tweet o dichiarazione a caldo.

In fondo, questo scontro mette a nudo una questione più ampia: quale deve essere il ruolo della religione nello spazio pubblico di un Occidente secolarizzato ma ancora segnato da radici giudaico-cristiane? La Chiesa deve limitarsi a predicare il Vangelo senza “fare politica”, come chiede Trump, o ha il dovere di giudicare le azioni dei potenti alla luce della dottrina sociale, come ha sempre fatto? La storia insegna che quando la Chiesa si è fatta troppo politica ha perso credibilità; quando si è fatta troppo silenziosa ha tradito la sua missione profetica.

La diplomazia vaticana, maestra di pazienza millenaria, e l’amministrazione Trump, abituata a trattative dure, hanno gli strumenti per ricucire. Ma serve lucidità da entrambe le parti. Il Papa non è un capo di governo e non dovrebbe esserlo; il Presidente degli Stati Uniti non è un teologo e non dovrebbe pretendere di dettare alla Chiesa il tono della sua predicazione. Il cattolicesimo americano – numeroso, influente, diviso tra anime conservatrici e progressiste – merita di meglio di una frattura che lo costringa a scegliere tra fedeltà alla fede e fedeltà alla nazione.

In un mondo che corre verso nuovi conflitti, la Santa Sede e Washington hanno più da guadagnare dal confronto rispettoso che dallo scontro pubblico. La visita di Rubio può essere l’occasione per ricordarlo. O per certificare che, anche tra alleati di lunga data, i linguaggi della fede e quelli del potere faticano sempre più a parlarsi.

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