Fra le molte frasi indigeste pronunciate dalla presidente del Consiglio, due erano persino ragionevoli: l’idea che l’Europa debba finalmente parlare con Putin e la promessa di non spedire soldati italiani a Kiev. Due banalità di buon senso, dette con anni di ritardo. Eppure bastano queste per mandare in tilt i cosiddetti “riformisti dem”, l’ala del PD che da tempo ha smarrito la parola “riforma” e conserva solo l’ossessione per i missili.
Quartapelle, Sensi e gli altri falchi travestiti da colombe si sono messi subito a invocare l’ingresso dell’Italia nel club dei “volenterosi” — che sarebbe più onesto chiamare “volenterosi di mandare altri al fronte” — e a chiedere truppe “di pace”, l’ennesimo ossimoro di una stagione politica che vive di slogan che si contraddicono da soli. Dopo la “pace giusta” che prolunga la guerra, la “leva volontaria” che non è né leva né volontaria, e le “armi civili” che servono solo a salvare la faccia a chi non sa più cosa dire, mancava giusto l’esercito “di pace”.
Intanto si finge di ignorare la realtà: la Russia non ha invaso l’Ucraina per conquistare l’Europa o per installare un fantomatico regime fantoccio, ma per evitare la NATO a ridosso dei suoi confini. Che piaccia o no, questo è il nodo. E annunciare oggi, in pieno tentativo di negoziato, l’invio di soldati francesi e britannici — potenze nucleari, non comparse — significa far saltare il tavolo prima ancora di apparecchiarlo.
La contraddizione è quasi comica: “manderemo truppe solo dopo la pace”. Ma il solo dirlo rende la pace impossibile. Mosca ha già avvertito che quelle truppe sarebbero obiettivi legittimi. E davvero qualcuno pensa che 12 mila uomini possano intimidire un esercito da un milione e mezzo di effettivi? Figuriamoci se ci aggiungiamo 2 mila italiani: sarebbe come mandare una banda di boy scout a fermare un uragano.
Eppure il PD “riformista” insiste. Invece di sfruttare la crepa aperta a destra da chi, almeno per convenienza, finge di voler frenare l’escalation, preferisce presentarsi come il partito più interventista del Paese. Una scelta che ha il sapore dell’autolesionismo politico: solo chi non teme di perdere voti può permettersi di giocare a fare il falco senza avere neppure un’ala.