Il coraggio del buonsenso: perché la provocazione di Vannacci sulla parità scuote l’ipocrisia del politicamente corretto
C’è un riflesso condizionato che scatta ogni qualvolta nel dibattito pubblico si prova a toccare un dogma del progressismo moderno: l’indignazione a comando. Le reazioni scomposte alle parole di Roberto Vannacci, pronunciate dal palco della costituente di Futuro Nazionale, ne sono la dimostrazione plastica. Eppure, a ben guardare, la riflessione del generale sul femminicidio e sulle quote rosa non è un attacco ai diritti delle donne, ma l’esatto contrario: un richiamo rigoroso, quasi illuminista, al principio della vera uguaglianza e del merito individuale.
Dire che “il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri” non significa sminuire la gravità della violenza sulle donne, ma riaffermare un principio giuridico e morale universale: la vita umana ha lo stesso identico valore. Sempre.
La trappola del reato “identitario”
La deriva del diritto moderno sembra voler catalogare il crimine non più in base alla gravità dell’atto, ma in base all’identità di chi lo commette o di chi lo subisce. È la logica del tribalismo giuridico, che frammenta la società in categorie protette o presunte tali.
“Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità.”
Il ragionamento di Vannacci smaschera questa ipocrisia. Introdurre una gerarchia emotiva o sociologica nei reati di sangue rischia di creare cittadini di serie A e di serie B anche nella tragedia. La violenza va condannata e punita con la massima severità in ogni sua forma: che colpisca una donna, un uomo, un bambino o un anziano. Creare una corsia preferenziale per una categoria, paradossalmente, non fa che sancirne una presunta, intrinseca debolezza che necessita dello scudo dello Stato, minando alla base l’idea stessa di cittadinanza universale.
Oltre il genere: la dittatura delle quote e il primato del merito
Il secondo tabù infranto da Vannacci riguarda le cosiddette quote rosa e le riserve di genere nelle istituzioni, contro cui ha promesso un emendamento alla legge elettorale. La provocazione lanciata dal generale – “Perché non mettiamo le quote rosa per i fabbri o per i muratori?” – pur nella sua ruvidezza, coglie perfettamente il punto nodale della questione.
L’ingegneria sociale delle quote di genere soffre di una profonda incoerenza strutturale:
- Il feticcio del potere: Si pretendono le quote matematiche solo nei posti di prestigio, nella politica o nei consigli di amministrazione, ignorando i lavori usuranti o di fatica, dove il genere maschile resta ampiamente maggioritario.
- L’offesa al merito: Considerare il sesso di una persona come un criterio di selezione (o di preferenza forzata) è l’esatto contrario dell’emancipazione. È profondamente offensivo per le migliaia di donne che raggiungono posizioni di vertice grazie esclusivamente alle proprie competenze, alla propria intelligenza e ai propri sacrifici, e che oggi rischiano di vedere il proprio successo derubricato a un mero “adempimento di quota”.
Un manifesto di vera parità
Quella di Vannacci non è una retromarcia oscurantista, ma una spinta in avanti verso una parità autentica, non ipotecata dalle mode ideologiche del momento. La vera parità si realizza quando il genere diventa un fattore totalmente irrilevante nella valutazione di un individuo, sia davanti al codice penale che nel mercato del lavoro.
In un panorama politico spesso appiattito su formule di rito e conformismi linguistici, il merito di questa posizione è l’aver rimesso al centro un’idea cardine della civiltà occidentale: la centralità dell’individuo. Si viene giudicati per le proprie azioni e per il proprio valore, non per la categoria biologica o sociale a cui si appartiene. È il ritorno del buonsenso, e forse è proprio questo a fare paura ai suoi detrattori


